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18/5/2008 18:51 |
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Ecco un mio scritto del 1997. Vecchiotto ma sempre attuale :-) Potete anche scaricarlo in formato pdf
ETICA E 20001. NATURA UMANA E CULTURAPrima di addentrarci nel problema etico sarà utile capire qualcosa sull'essere umano, il vero oggetto dell'indagine.Tutti, quando nasciamo, abbiamo un corredo genetico ereditato dai nostri genitori che ci predispone ad affrontare il mondo in un determinato modo. Nasciamo uomini, non gatti, scimmie o serpenti e questo fatto ci richiama alla consapevolezza di avere un nucleo genetico comune a tutta la specie umana. Così come riconosciamo fisicamente un uomo da una scimmia, così possiamo riconoscerlo anche mentalmente. Certo, abbiamo differenze genetiche per cui Tizio non nasce uguale a Caio, ma queste differenze rispetto a quelle che limitano il confine della nostra specie sono ridotte. Tutto questo vale per noi come per gli altri animali. Ma c'è una differenza, una differenza fondamentale, che ci fa uomini, nel bene e nel male: la cultura. Per tutti gli altri animali, soprattutto per quelli più bassi nella scala evolutiva, le diversità fra membri della stessa specie si fermano alle differenze, peraltro non molto accentuate, fra i corredi genetici. L'apprendimento, l'esperienza e l'insegnamento degli altri non hanno molta importanza (anche se dobbiamo stare attenti a dire certe cose dopo alcune ricerche compiute su scimmie e altri animali abbastanza simili a noi). Per gli animali spesso è già tutto semi-programmato in partenza: l'ambiente non influirà più di tanto sulla struttura caratteriale. L'uomo invece possiede un cervello con una corteccia (l'area celebrale più esterna in cui risiedono le capacità di memorizzare e apprendere) molto più sviluppata e senza cultura non è minimamente indipendente. Spesso ci incuriosiscono documentari in cui vediamo animali appena nati che subito corrono, nuotano o cacciano. Stupisce il famoso esperimento dell'etologo tedesco Eibesfeldt su uno scoiattolo nato e allevato in casa che, ricevendo delle noci, cercava di nasconderle alla base di una gamba di un tavolo scambiandola per la base di un albero. E non aveva mai visto né imparato da nessuno simili comportamenti! [Angela,1983] Un bambino invece è totalmente dipendente dagli altri per molti anni e alla nascita sa solo piangere. Questo lo rende molto più fragile inizialmente ma molto più "potente" successivamente. L'uomo apprende, naturalmente, non solo dagli insegnamenti degli altri, cioè dai loro comportamenti, dai libri ecc.. (Da quello che si potrebbe chiamare Cultura Esterna), ma anche dalle proprie esperienze e riflessioni individuali (toccando la fiamma sento male e anche se non me lo dice nessuno, apprendo che il fuoco fa male). Non bisogna dimenticare naturalmente che la cultura riguarda anche tutto ciò che sì apprende dall'ambiente naturale, oltre che da quello sociale. Se i geni fossero dei pezzettini di Lego, si potrebbe definire la cultura come ciò che organizza i pezzettini in modo da formare una costruzione. Dunque la cultura è importantissima perché quei pezzi dì Lego possono essere combinati in infiniti modi diversi che portano a infinite costruzioni (ovvero caratteri) dell'uomo. Però non dobbiamo dimenticare che non si sta plasmando la creta. I pezzettini di Lego sono quelli e solo quelli; dunque l'uomo può essere sì plasmato dalla cultura ma solo compatibilmente con la sua natura. Come abbiamo detto, sia i geni che la cultura hanno sia una componente comune ad altri uomini, sia una componente individuale. Erich Fromm ad esempio, preoccupandosi di adeguare la società all'uomo, insiste sulla prima componente, ovvero il nucleo genetico comune: "Il problema è di estrarre il nucleo comune a tutto il genere umano dalle molteplici manifestazioni dell'umana natura, sia normali sia patologiche, così come l'osserviamo in individui e culture diverse. Bisogna inoltre scoprire le leggi inerenti all'umana natura, e le mete del suo sviluppo e del suo manifestarsi" (Fromm, 1955, 22) La meta principale è, secondo Fromm, "il benessere umano", e la natura umana sarebbe tale che l'uomo "trovi il suo adempimento e la propria felicità soltanto nel trovarsi in un rapporto di relazione e di solidarietà con i suoi simili"[Fromm, 1947, 20). Fromm [1947] pensa inoltre che l'uomo, liberato delle catene di un autorità esterna (v. Schema) che decide per lui, possa arrivare a capire da solo qual è il suo bene, perché la capacità di giudizio è insita in lui. Ho citato questo pensiero perché si ricollega alla crescente libertà, o meglio possibilità di libertà, che viene offerta all'uomo moderno dalle odierne società avanzate, come vedremo. Una libertà che pesa, ma da cui forse sarebbe meglio non fuggire, come è possibile che sia. La responsabilità del nostro futuro individuale e collettivo dipende dalle nostre scelte ora più che mai e dobbiamo renderci conto che fuggendo rinunciamo a qualcosa di importante pur acquistando "sicurezza". 2. INDIVIDUALISMO ETICO E SOLIDARIETÀOgni uomo che compie una scelta è geni e cultura: in una parte che ci accomuna e in una che ci divide. Se in passato la società era coesa perché basata su una cultura molto omogenea (che induceva l'individuo ad accettarne passivamente i valori), oggigiorno questa unione è a rischio. Come dice infatti Melucci, "quando le relazioni tra gli uomini si affidano oramai unicamente alla scelta, il fondamento della solidarietà diventa fragile e il vincolo sociale si trova esposto a grande precarietà. La minaccia della disgregazione e di un individualismo catastrofico appartiene al nostro orizzonte" [Melucci, 1991, 133]. Rimangono pero la comune natura umana e la consapevolezza che l'altro è simile a te, anche se diverso, e che va dunque rispettato.Le categorie comuni dell'esistenza umana e la consapevolezza di non sapere possono essere oggigiorno, secondo F. Crespi [19941, le basi della solidarietà. Quello che ci viene a mancare in definitiva è quella cultura esterna comune a tutta la società (e non solo a delle sue parti). La moderna cultura globale è talmente disomogenea che spetta ad ogni individuo, in base alla sua individualità genetica e culturale, il compito di effettuare le scelte etiche (nonché culturali). E' questo l'individualismo etico, che però non significa affatto fine della solidarietà: rimangono la natura genetica comune, come detto, che si può supporre, senza essere troppo ottimisti, quantomeno non egoistica per natura (non insomma HOMO HOMINI LUPUS); e rimane anche una crescente comune consapevolezza del relativismo di ogni visione, quella coscienza di non sapere di cui parla Crespi. Giddens [1991] parla di "riflessività"; il mondo globale è così "un mondo di interlocutori riflessivi" [Robertson, 1992, 31], in cui ognuno si rende conto di avere solo una delle tante interpretazioni del mondo [Habermars, 1994]. Ma, indipendentemente dalla fonte materiale che origina l'etica dell'individuo (l'accettazione di un'etica condivisa o il ragionamento dettato dalla propria natura e cultura), è inevitabile che per qualunque tipo di convivenza debba esserci almeno un fondamento etico. Si dice che con l'individualismo e il relativismo etici siamo giunti ad un mondo in cui ognuno ha le proprie idee morali e i propri valori e che questi non vanno discussi in nome dell'autonomia individuale e dell'autenticità. Da questo qualcuno deduce che la convivenza sia oramai diventata difficile perché priva di qualunque valore condiviso. Ma a questa critica si possono sollevare almeno tre obiezioni: 1) L'attribuire valore alla scelta individuale in materia morale significa riconoscere che un consenso su almeno un valore c'è ed è appunto quello sull'autonomia individuale (o autenticità), come fa notare giustamente anche C. Taylor [1991]. L'attribuzione di valore all'autonomia individuale è un caposaldo di quella scuola liberale che deriva da J. S. Mill e che ha molti esponenti tuttora e che, dal punto di vista legale, consente di limitare l'autonomia individuale solo quando questa possa recare danno ad altri (v. sul concetto di libertà e danno: Feinberg [1973]), dunque non per quanto riguarda i comportamenti etici più strettamente personali. Questo brano di Max Charlesworth è illuminante: Un'ulteriore conseguenza della concezione di Mill della società liberale è che è possibile avere una società in cui non esista alcun accordo sostanziale o consenso sui valori morali e religiosi fondamentali. Le società tradizionali o fondate sulla religione hanno di solito richiesto un accordo su un insieme di "valori essenziali" - appartenenti a una data religione, aderenti a particolari tabù sessuali, rispondenti a una determinata forma di vita coniugale e familiare e così via - ai quali si pensa che tutti i membri di tale società accordino approvazione e obbedienza. La società liberale asserisce invece che, almeno idealmente, I membri della società devono essere d'accordo solo sul fatto che la libertà individuale o l'autonomia costituiscano il valore supremo. In un certo senso questo è un accordo sul disaccordo: ciascuno deve tollerare la visione del mondo e il sistema di valori degli altri fintanto che non ne viene danneggiata la libertà di qualcun altro di seguire il proprio modo di vita. In tale società la diversità sociale e il pluralismo culturale non sono viste come minacce al consenso etico che si suppone costituisca il fondamento del tessuto sociale, sono invece accolti positivamente e incoraggiati, e visti come un segno di vitalità sociale [M. Charlesworth, 1993, 10]. Si dice infatti che il mondo è bello perché è vario... La faccenda non è comunque proprio idilliaca: dobbiamo infatti metterci d'accordo comunque sulle decisioni collettive e sullo stesso concetto di autonomia (si rispetta l'autonomia della donna di abortire ma non quella del feto che nascerebbe; altre volte non si rispetta affatto l'autonomia dirigendosi verso una forma di paternalismo morale, come forse potrebbe essere il divieto di fumare droghe leggere, senza danneggiare gli altri, naturalmente). Per le controversie sul concetto, i limiti dell'autonomia e su decisioni collettive che per forza vanno prese (tipo i fondi da destinare a un servizio, le regole e i diritti da considerare validi, ecc..) ci si rifà al secondo valore condiviso dalla maggioranza dei membri delle attuali società liberali: la democrazia. Si sente che per le regole e le decisioni che riguardano tutti l'unico modo giusto è quello di decidere tutti. Questo non significa che la democrazia venga applicata realmente, cioè che il potere sia effettivamente di tutti e non di una minoranza; quello che interessa qua è che il valore della democrazia sia condiviso. Problemi sorgono naturalmente quando i due valori di autonomia e democrazia entrano in contrasto o quando alcune minoranze (integralisti, fondamentalisti, autoritaristi, paternalisti) negano questi due valori, soprattutto quello dell'autonomia. Ma costoro devono accettare che per le decisioni collettive tutti hanno diritto a dire la loro, e non solo chi pretende di avere la verità divina in tasca, non rendendosi conto di "non sapere" (come dice Crespi [1994]). Questo almeno fino a quando il valore della democrazia sarà condiviso. Ma, si potrebbe obiettare che questa assomiglia di più ad una convivenza formale, che non porta ad una vera solidarietà e coesione fra i membri della società; questo mi porta alla seconda obiezione alla visione pessimistica dell'individualismo etico come disintegrazione sociale. 2) Pensare infatti che l'uomo che sceglie da solo debba per forza essere non solidale con gli altri è una teoria che non è stata mai dimostrata da assolutamente niente. Le conseguenze di tale teoria sono solitamente portate a indicare la soluzione nella società, che si incaricherebbe di scegliere per l'individuo, imponendo valori condivisi che uniscano individui altrimenti destinati alla lotta reciproca. Ho presentato l'idea di Fromm appunto per capire che si può almeno supporre che l'uomo non sia malvagio per natura e che anzi la sua vera felicità risieda negli altri. Che l'uomo è animale sociale in effetti si dice da tempo. L'uomo che sceglie in autonomia può benissimo insomma, se ha il coraggio di rimanere libero e non fugge "ancorandosi" (Giddens,1991) a qualcosa, riuscire a trovare coesione, solidarietà e amore verso gli altri senza esserne obbligato e dunque godendo anche della propria libertà. Quello che si apprezza degli altri è in fin dei conti la loro diversità da noi. Solo per questo la comunicazione ha senso, solo perché c'è da comunicare qualcosa. Si dice a volte che fra due innamorati l'amore può finire al momento in cui non c'e più nulla da scoprire dell'altro. Quindi, se i conflitti etici non sono insanabili ( e questo è molto difficile), si può anche sperare che non sorgano particolari problemi. 3. L'ORIGINE DELL'ETICAPer etica si può intendere l'idea che il soggetto ha del bene (valore). Questa idea (che può essere conscia o inconscia) si traduce in determinati fini (anch'essi consapevoli o meno), per il soddisfacimento dei quali si ricorre solitamente ai mezzi che il soggetto ritiene più adeguati (razionalità), che danno vita infine al comportamento. Il soggetto può essere l'individuo, lo stato o anche in senso lato la società.L'etica ha dunque una fonte materiale, cioè colui che da cui emanano l'idea del bene, i valori e i fini ad essa collegati; ha un fondamento o fonte reale, cioè l'origine reale dei valori, il modo in cui la fonte materiale arriva a quel valore; e ha infine un contenuto, cioè i valori stessi. In pratica, dato un valore c'è: a) chi o cosa decide di dare validità a quel valore (fonte materiale) b) chi o cosa ha originato quel valore (fonte reale o fondamento) c) in cosa consiste quel valore (valore) L'etica dell'individuo FONTE MATERIALE Per quanto riguarda l'individuo è naturale che l'unica fonte materiale dei valori non può essere che lui stesso, o meglio quell'insieme di geni e cultura, comuni e individuali che vanno a formare la "ragione" dell'individuo. FONTE REALE Ma è la fonte reale (il fondamento) dei valori che può cambiare: l'individuo può infatti ricavare i propri valori da: (1) Un ragionamento, derivato da tutte le sue quattro componenti di geni e cultura, ma non dai valori della cultura esterna, che vengono per così dire ignorati. E' l'individuo stesso la fonte dei valori (ricordando però che l'individuo non è isolato nel mondo). Il ragionamento contiene delle premesse, dei dati, che sono tutto quello che l'uomo è e ha appreso (dunque anche le informazioni esterne, non solo quelle autoapprese), salvo i valori esterni; e giunge ad una conclusione che è formata dai valori "ragionati". Il ragionamento non va inteso qui solo come ragionamento logico; in gioco ci sono sentimenti, passioni, spinte inconsapevoli. L'uomo è tutto: dunque anche il livello più profondo, nei meandri del cervello, non va dimenticato. Quello che importa è che è la mente umana che costituisce la premessa della conclusione che è il valore. Se si volesse fare un paragone forse questo è simile al tipo ideale autodiretto di Riesman [1956], che sviluppa sensi di colpa se non riesce ad essere coerente con i fini autoprodotti. Il processo del "ragionamento" è quello di un individuo limitatamente autonomo, quell'individuo che l'odierna società forse sta creando, con tutte le sue potenzialità e pericoli. (2) Oppure può accettare i valori direttamente dalla cultura esterna, senza cioè effettuare alcun tipo di ragionamento critico. La cultura esterna può ovviamente essere omogenea, come spesso avveniva nelle società tradizionali: allora l'individuo si limita ad accettare, consapevolmente o inconsapevolmente quegli unici valori supposti oggettivi che la società indicava. Ma la cultura esterna può anche essere disomogenea, come accade probabilmente oggi. Siamo in una società globale, con una cultura globale ma molto molto pluralistica. Non c'è in pratica una cultura esterna; ci sono molte culture esterne. A monte l'individuo deve comunque scegliere. Anche se finisce per accettare i valori condivisi di qualche gruppo deve scegliere appunto il gruppo di riferimento (e questa è già una forma molto ridotta di ragionamento, forse). La scelta si riduce insomma solo alla selezione dell"'ancoraggio", visto che questo non è più fisso: ma il risultato è sempre il rinunciare alla propria libertà, probabilmente per paura di dover effettuare delle scelte valoriali da solo e del conseguente disorientamento. Volendo continuare col paragone con Riesman [1956), si può dire che l'accettazione della cultura esterna corrisponde ai tipi ideali dell'eterodiretto e del tradizionale, con le sanzioni rispettivamente di ansietà e di `vergogna. CONTENUTI Ma quali sono i valori dell'individuo in definitiva, indipendentemente dalla loro origine. Qualcosa l'abbiamo già accennato, qualcosa lo diremo analizzando i cambiamenti dovuti alle odierne società avanzate. Sembrerebbe più difficile con il crescente individualismo etico e la minore omogeneità sui valori (cioè con la minore accettazione degli stessi valori in tutta la società), indicare dei valori comuni oltre a quelli dell'autonomia e della democrazia, che sono in effetti i valori proprio della non omogeneità. Di questo abbiamo già parlato. Ma non dobbiamo dimenticare che parte del materiale con cui l'individuo effettua il ragionamento sui valori, o in base al quale effettua la scelta dell'ancoraggio, è costituita dalle esperienze comuni. E queste esperienze sono oggi molto rapide e molto intense: i veloci cambiamenti tecnologici, l'inquinamento atmosferico, il lavoro che cambia ecc.. Queste esperienze, anche quando i valori vengono scelti in modo autonomo, sono comunque comuni a tutti e come tali influiscono su tutti, in modo non uguale, ma simile (rifacendosi al nucleo genetico comune). E' così che vediamo comunque un evoluzione dei valori nella società, anche se magari è difficile distinguere i valori dominanti o meno. L'Etica dello Stato Per etica dello stato si intende ciò che lo stato considera "bene" nella sua gestione degli affari e nella predisposizione di regole. FONTE MATERIALE Per quanto riguarda la fonte materiale è ovvio che nel corso dei secoli questa è cambiata in modo del tutto radicale: partiti dalle monarchie assolute in cui solo il re aveva il diritto di emanare norme e regole, la fonte materiale si è pian piano spostata verso il popolo. Con qualche inevitabile sosta (dittature, totalitarismi), che anche in Italia abbiamo purtroppo notato, il popolo ha assunto sempre più potere, esercitato in modi ovviamente molto diversi (democrazia diretta, rappresentativa, corporativa), ma sempre più esercitato. FONTE REALE La fonte reale a cui si sono affidati i governanti per decidere a quali fini mirare e quali valori seguire è stata molto varia nel tempo. Inizialmente erano molto frequenti gli stati religiosi fondati sulla rivelazione, o gli stati fondati sulla semplice tradizione. Nell'illuminismo, in cui lo stato governava in nome di una presunta ragione universale il fondamento poteva essere il ragionamento di chi decideva. Il problema è che tale ragionamento veniva applicato a tutti, compreso chi non era d'accordo. In pratica, anche supponendo che i re e gli intellettuali dell'epoca fossero autonomi nelle loro decisioni, pretendevano che il loro ragionamento fosse l'unico corretto. In realtà poi i Re anche illuminati condividano molti valori tradizionali senza metterli troppo in discussione. Al momento in cui la fonte materiale è diventata il popolo, è iniziata una fase in cui l'etica dello stato si è sempre più avvicinata all'etica "oggettiva" della società, la "media" dell'etica dei singoli individui. Ora che i valori sono molto vari e disomogenei lo stato fatica infatti a trovare delle regole condivise da tutti {salvo i valori dell'autonomia e democrazia, solitamente condivisi) e le decisioni assomigliano più a compromessi che non accontentano nessuno. CONTENUTI I contenuti dell'etica statale, cioè i fini che esso si prefigge, sono infatti molto variati nel tempo. Senza stare a tornare troppo indietro nel passato (in cui a volte quello che contava era semplicemente l'ordine interno e la potenza esterna) basta tornare indietro di qualche anno per vedere già enormi cambiamenti. Dal 1800, con la rivoluzione industriale, lo stato si è sempre di più posto come fine la maggiore produzione di beni e di servizi, tradotto in termini a noi noti, il maggior PIL possibile (o al massimo il maggior PIL Pro-capite). E. F. Schumacher [1973] fa notare come il fine dell'economia moderna sia stato (e in gran parte continua ad essere) il massimo consumo, e i mezzi il lavoro, la terra, il capitale. Al contrario di come potrebbe pensare un economista buddista non ancora corrotto dalla società moderna, per il quale il fine sarebbe il massimo benessere umano e i mezzi sarebbero il consumo di beni e fatica. Ognuno dei due adotterà poi la medesima razionalità nello stabilire il minimo impiego di mezzi per il raggiungimento del fine. Peccato che il fine sia molto diverso. Un comportamento teso a produrre prodotti che si rompono in fretta, verrà ben visto dalle economie moderne e malvisto dalle ideali economie buddiste. Questo discorso ovviamente è collegato con i finì individuali e sociali. Dove predominano i valori materialisti lo stato e l'economia tenderanno di più ad essere tipo quelli moderni descritti da Schumacher. E non è detto che il comportamento dello stato e dell'economia siano solo l'effetto del sentire individuale e sociale; possono anche esserne la causa, instaurando un circolo vizioso. Quello che va tenuto presente è che la massima produzione è solo uno dei fini che lo stato si può prefiggere e che non va certo considerato scontato come qualcuno vorrebbe far credere (è tra l'altro a ben vedere un valore senza senso, se viene visto conte fine in sé e non come mezzo di qualcos'altro). Ricordo ancora l'importanza assunta negli ultimi anni dal valore dell'autonomia individuale come contenuto etico, che vorrebbe rendere lo stato estraneo ai problemi legati alla sfera individuale, abbandonando in gran parte il paternalismo, ma che purtroppo non lo può rendere estraneo alle decisioni collettive, dove il grande pluralismo di valori crea grandi difficoltà. Come rispondere ai problemi che si pongono, come per esempio l'inquinamento, che riguarda tutti, ma che ognuno interpreta in modo diverso? L'individualismo etico, o il particolarismo etico (una pluralità di minoranze i cui membri accettano i valori da esse condivisi passivamente), portano inevitabilmente a difficoltà per mettersi d'accordo sulla sfera pubblica. In passato, giusti o sbagliati che fossero, i valori guida dello stato erano pochi e condivisi. Al massimo si potevano creare due grandi minoranze (come capitalisti e proletari) che, non lasciando spazio all'autonomia reale dei singoli individui, decidendo cioè per loro, creavano due fazioni che dialogavano poi molto semplicemente a livello delle istituzioni. Oggi queste minoranze sono talmente numerose che lo stato non ci capisce letteralmente più niente e non riesce più a rispondere alle reali esigenze di tutti. Figuriamoci se le "minoranze" si volessero considerare addirittura composte da ogni singolo individuo, come vorrebbe l'individualismo etico! Non è un problema drammatico: si tratta di individuare delle proposte e di far decidere la maggioranza, tentando allo stesso tempo di non scontentare le minoranze, arrivando inevitabilmente a situazioni di compromesso. L'Etica della Società Non mi soffermo su questo aspetto perché quella che chiamo etica della società consiste semplicemente in quei valori condivisi della cultura esterna. Per questo, se prima era facile parlare di una etica della società, oggi questa è più sfumata e forse dovremmo parlare di più etiche della società. I valori condivisi a livello dell'intera società sono pochi e molto sfumati, non ben delineati. Ho parlato della democrazia e dell'autonomia individuale (vedi sotto), ma anche questi non sono troppo definiti. Il resto dei valori è tutt'altro che condiviso e appartiene solo a singole minoranze (gruppi) o addirittura a singoli individui. Comunque parlando di etica dell'individuo in generale si parla in effetti di etica della società (che non è formata altro che da individui) e dunque la trattazione è svolta per Io più in altra sede. Nota: L'autonomia dell'individuo Mi preme puntualizzare che parlando di autonomia dell'individuo si intendono a seconda del contesto due cose diverse: (1) Autonomia dell'individuo in senso formale significa che l'individuo è libero di effettuare le proprie scelte dall'invadenza degli altri o dello stato. E' libero dalla coercizione insomma, ma non dalle mode, dal conformismo o particolarismo volontariamente scelti. (2) Autonomia dell'individuo in senso reale significa dire che l'individuo è libero anche in senso reale, cioè effettua quel ragionamento di cui parlavo sopra. Il ragionamento autonomo, ignorando i valori condivisi, è la fonte reale dei valori. N.B. Tutto questo vale anche per la democrazia. In un altro senso si può distinguere fra autonomia: (1) Come valore in sé. Essere liberi è buono in sé, indipendentemente da ciò che può provocare, e cioè decisioni giuste o sbagliate. In pratica ciò potrebbe essere espresso dalla frase: "Ti lascio libero perché la libertà è bella". (2) Come mezzo per raggiungere decisioni etiche giuste per l'individuo. La frase adesso è: "Io ti lascio libero perché solo così farai ciò che è giusto per te". N.B. Anche questo vale per la democrazia. Nella società di oggi è riconosciuto un generico valore di autonomia, ma probabilmente ancora troppo in senso formale. L'autonomia reale viene condivisa a livello conscio, ma spesso non molto a livello inconscio. 4. I CAMBIAMENTI DELLE SOCIETÀ AVANZATEVediamo ora di esplicitare meglio quello che già si è detto in riferimento ai cambiamenti nelle società avanzate. Quello che è certo è che negli ultimi anni assistiamo a modificazioni dell'ambiente naturale e sociale, nonché dell'economia, della cultura, della tecnologia ecc.. con una rapidità precedentemente impensabile.I cambiamenti politici Dal punto di vista politico, come abbiamo già visto le novità sono state enormi. L'individuo gode di un'autonomia formale sempre maggiore, anche se si potrebbe dubitare che questo corrisponda anche ad una maggiore autonomia reale. Il potere infatti non avviene più a livello conscio, con la coercizione, ma forse a livello inconscio. O meglio non avviene più impedendo il compimento di una scelta dell'individuo, ma tentando di inserirsi al livello della scelta. Prima ci si limitava a controllare individui che sceglievano poco, perché quasi vincolati dalle norme etiche cristallizzate e da vite già "predestinate" dalla famiglia; chi malauguratamente sgarrava veniva punito. Adesso si devono controllare individui che inevitabilmente devono scegliere e sentono che non possono farne a meno: è così allora che si tenta di influenzare l'individuo prima della scelta, in modo cioè da indirizzare la sua scelta supposta autonoma in una certa direzione. Ci si rende conto da questo che il concetto di autonomia individuale è molto sfumato, come quell'altro in crescita, di democrazia. Non si capisce mai dove è vera autonomia (o democrazia e dove invece è vincolo. Da notare è che sono aumentate nelle società moderne: l) La libertà formale 2) Le possibilità di libertà reale I cambiamenti tecnologici Sono questi i cambiamenti più appariscenti della moderna società; quelli più visibili, più amati, più odiati, più discussi e più divulgati. E' difficile parlare della tecnologia senza darne un giudizio. Il mio parere, non isolato, è che la tecnologia è solo uno strumento; come tale ci può aiutare, così come ci può distruggere: quello che bisogna capire è che non è colpa della tecnologia se noi la usiamo male o in certi casi se la usiamo al posto di sfasciarla. La conoscenza non è né buona né cattiva. E' il modo di usarla, visti i fini che ci proponiamo, che può essere buono o cattivo in relazione a quei finì. La bomba atomica non è cattiva in sé: è cattiva se decidiamo di sganciarla da qualche parte, non se rimane su un pezzo di carta. Addirittura può essere buona per chi ha come fine nella vita di distruggere tutto o di comandare (parlo per assurdo..). Certo, questa concezione si scontra con la realtà che l'essere umano ha sempre avuto la tendenza ad usare nel modo più "clamoroso" tutte le scoperte tecniche che ha creato. Ma è pur sempre un vizio dell'uomo (probabilmente neanche necessario), non certo un male insito nella tecnologia. La cultura globale Quali sono comunque gli effetti che la tecnologia produce effettivamente (dopo le scelte già compiute, dunque) nella società di oggi? Non mi posso certo dilungare su questo; ci si potrebbero scrivere molti libri: biotecnologie, macchine industriali, sistemi di calcolo, nuove forme di energia…. Quello che ci interessa ai nostri tini è soprattutto il cambiamento enorme che è avvenuto nelle comunicazioni, cioè nei trasporti, radio, tv, telefono, reti telematiche e via dicendo. Tutte queste novità tecniche, unite alle novità politiche hanno creato quella cultura globale di cui oramai si parla praticamente dappertutto. Le persone, i prodotti, le idee, i valori, le religioni, le ideologie ecc.. si spostano oramai da una parte all'altra del mondo in pochi istanti. Chi più, chi meno, tutti entrano in contatto con società e individui completamente differenti. Disorientamento dell'individuo Questo cosa provoca? Ovviamente non può che provocare una crescente consapevolezza del relativismo della propria cultura individuale e sociale. L'identità non è più ancorata a qualcosa; non sappiamo più chi siamo; soprattutto non sappiamo più cosa è giusto e cosa non lo è; non sappiamo come comportarci e quale strada seguire; Non sappiamo più a chi dare ragione o quali informazioni selezionare nell'oceano di dati che abbiamo la possibilità di visionare (non potendo certo sapere tutto) ecc.. Tutto questo porta inevitabilmente ad un notevole disorientamento. Melucci [1994] sintetizza in tre punti gli aspetti che, nelle società moderne avanzate con la loro conseguente libertà, riguardano direttamente l'individuo: l) Differenziazione dei campi di esperienza. Oggi ricopriamo vari ruoli, apparteniamo a vari gruppi, associazioni, istituzioni. Una persona può essere nello stesso momento padre, insegnante, giocatore dilettante, membro del comitato difesa consumatori ecc.. Ogni ambiente ha le sue regole e i suoi valori. L'individuo non ha un solo riferimento ma tanti riferimenti. Il problema non è solo di conciliare diversi ambienti diversi, quanto di scegliere questi ambienti. La maggior parte dei campi di esperienza sono scelti: il problema è dunque che raramente abbiamo una vera autonomia da scegliere "liberamente' in quali campi inserirci. E una volta dentro, il rischio è di ancorarsi ai valori condivisi dal gruppo non criticamente, entrando dunque anche in contrasto con i valori di un altro gruppo a cui si appartiene contemporaneamente. 2 Variabilità. Un altro fattore che può disorientare è l'estrema variabilità nel tempo del contesto sociale-naturale. Come detto, i cambiamenti moderni avvengono a rapidità impressionante e l'individuo non ha tempo di riadattare i propri modelli di comportamento alle nuove situazioni. Basti pensare alle novità nel campo delle Biotecnologie. La recente notizia che è già possibile tecnicamente clonare un essere umano (nonostante non fosse una cosa del tutto imprevedibile, come prevedevano ad esempio Asimov [1982] e P. Angela [1972], ha sconvolto molte persone. Secondo me, questo sconcerto non è certo dovuto alla drammaticità intrinseca della notizia. In fin dei conti non so quanti avrebbero il desiderio di farsi clonare (Asimov [1972] pensava che il fenomeno sarebbe stato, dopo una breve eccitazione iniziale, di breve durata). Inoltre, visto che le critiche che vengono rivolte alla donazione sono quelle di non scherzare con la vita umana, perché solo Dio dà e toglie la vita, penso che questo sia in contraddizione con l'accettazione, da parte di molti "anticlonatori", dell'aborto, che non è altro che un'eliminazione di una persona potenziale. Non voglio dare nessun giudizio morale su donazione o aborto, né approfondire il problema sulla clonazione che probabilmente ha molti contro che non sto considerando. Voglio solo mettere in luce come il rifiuto indiscriminato di certe pratiche sia enormemente facilitato dall'enorme novità negli schemi mentali che queste portano. Le biotecnologie, l'elettronica, le comunicazioni si sono evolute tanto rapidamente che non abbiamo avuto il tempo di adattarci. Anche a livello politico subiamo questo problema: si continua spesso a ragionare con vecchi schemi mentali (forse parzialmente ancora validi), spesso senza capire che la società cambia [cfr. P. Angela 1977]. 3) Eccedenza delle possibilità di scelta. Abbiamo ripetuto più volte che il destino dell'uomo moderno è quello di scegliere: può essere una scelta autonoma o influenzata, può essere verso la sicurezza o il rischio, può essere dei valori o del gruppo da cui prendere i valori. Ma dobbiamo scegliere. Fuggire dalla scelta è una scelta. Siamo in una società globale ma molto disomogenea (al contrario delle società più ristrette ma ritolto omogenee del passato). Nessuno ci impone oramai valori e modelli di comportamenti uguali a tutti. La nostra vita non è decisa in partenza dal lavoro dei nostri genitori o dalla società in cui viviamo. I gruppi di appartenenza li scegliamo noi. E riflettiamo più di prima sulle nostre scelte perché sappiamo che non sono obbligate. Mai come oggi ci siamo affannati così tanto a cercare la nostra vocazione, l'amore perfetto, il luogo ideale in cui vivere, le nostre idee. Tutto questo prima non era neanche possibile e il disorientamento era dunque sicuramente minore; il rimorso di poter sempre sbagliare non esisteva perché la strada non era costellata di bivi, era quasi obbligata. Adesso aumentano i divorzi, i rimpianti di chi ha buttato via la propria vita. Aumentano le speranze e le delusioni. Il futuro individuale e collettivo dipende da noi e ne sentiamo la responsabilità. Questo può essere positivo, ma pesa. La fuga L'individuo può reggere a questo peso così come può decidere di limitare le proprie scelte, di limitare il proprio disorientamento facendo in modo che gli altri decidano per lui. E allora la scelta si riduce alla scelta dell'autorità che ti imporrà i valori, come un padre che ti dà sicurezza dicendoti cosa devi fare. Dopo il momento della scelta non c e più il problema di riorganizzare continuamente le proprie norme e modelli di comportamento. L'unico inconveniente è, come accennato, quando le "autorità" scelte sono tante, il che può creare contrasti fra esse. Non si può aderire passivamente ad una setta religiosa e nello stesso tempo ad un partito politico senza che sorgano spesso contrasti fra quello che dice uno e quello che dice l'altro. I meccanismi di fuga possono essere: Più comuni attualmente a) CONFORMISMO b) PARTICOLARISMO c) FONDAMENTALISMO d) DOGMATISMO (anche scientifico..) e)INTEGRALISMO Più comuni in passato f) AUTORITARISMO g) TRADIZIONALISMO h) TOTALITARISMO Tutti questi meccanismi costituiscono un ancoraggio per l'individuo, per un individuo che ha le possibilità di scegliere, non che non le ha (il figlio che seguiva la professione del padre era spesso obbligato a fare questo dalle circostanze). E' una "Fuga dalla libertà' (riprendendo il titolo di un'opera di Fromm [1946]), non una semplice mancanza di libertà. L'individuo può naturalmente evitare la fuga, scegliendo con quel "ragionamento" (meglio riflessione, visto che porta dietro anche tutti i sentimenti ecc..) che lo rende relativamente autonomo, di cui abbiamo già parlato. Evoluzione nei valori Una domanda a cui non abbiamo risposto, che richiederebbe sicuramente molte altre pagine, è: qual è l'evoluzione dei valori, indipendentemente dal modo in cui essi si producono nella mente degli individui? Quali sono insomma i valori prevalenti e come sono cambiati? Ho già parlato numerose volte della crescita dei valori dell'autonomia individuale e della democrazia. E poi? Sta calando il rispetto della vita? (Aborto, eutanasia). E' una domanda a cui è molto difficile rispondere: ci si preoccupa sempre di più infatti del rispetto della vita in corso e della sua qualità, ma forse un po' meno della vita che nasce o che può morire (aborto, eutanasia). Molti hanno evidenziato che il rispetto della vita è effettivamente in calo, ma non so proprio se essere d'accordo o meno. Forse sì, ma forse anche no. Vera è invece, secondo me, l'analisi di chi vede nell'epoca contemporanea un passaggio da valori materialisti a valori post-materialisti, come R. Ingleharth [1990]. In effetti si sta forse abbandonando pian piano la ricerca del benessere materiale come fine in sé, preoccupandoci invece maggiormente della qualità della vita umana. Il possesso di un maggior numero di beni possibile ha sempre meno senso se questo non è volto al fine della qualità della vita e della realizzazione personale. Crescono così gli appelli verso un pianeta più pulito, verso città più vivibili, verso ritmi di lavoro meno stressanti ecc.. Sarebbe da dire tanto ma non posso soffermarmi troppo a lungo su questi problemi. Un esempio: l'aborto Nel caso dell'aborto ad esempio ci sono in gioco vari valori che possono influire sulla posizione dell'individuo in merito al problema. Ge la prima questione: si deve rispettare il diritto del feto di nascere? E bisogna difendere solo il diritto del feto o già della cellula uovo concepita, che senza intoppi (aborto compreso), diventerà feto e poi uomo? Bisogna rispettare il diritto della donna o di altri di scegliere se abortire o meno, indipendentemente da ciò che si pensa noi? Oppure bisogna permettere di far decidere a tutti come regolare l'argomento? Bisogna pensare ai diritti dei singoli individui o solo cercare di limitare il numero degli aborti o semplicemente il numero degli aborti clandestini? Bisogna dare al medico la possibilità di opporsi a eseguire lui ciò che è stato deciso dalla donna dopo che gli è stato permesso di decidere a livello collettivo? Possiamo interromperci perché non sì finirebbe mai: ogni singola posizione ha in gioco tutti questi valori (o posizioni, come si preferisce); si può essere d'accordo o meno su ogni singolo aspetto e si possono situare i valori in un diverso ordine di preferenza, da cui vengono fuori posizioni totalmente diverse sull'aborto in generale. Sposso accettando un valore se ne contrasta un altro con cui si è d'accorso in un conflitto insanabile (se si è democratici e si vuole difendere il diritto del feto, e il popolo decide di non rispettare il diritto del feto, come si fa?). Solitamente vediamo che il valore della democrazia è condiviso da molti e spessissimo in "pole position" rispetto agli altri. Segue l'autonomia individuale, meno spesso. Gli altri valori devono dunque inevitabilmente fare a pugni con questi primi due, ma forse è l'unico modo perché ci sia una convivenza. Cosa succederebbe se gli anti-abortisti decidessero di non rispettare la decisione del popolo o della donna che abortisce. Sarebbe forse il caos. VALORI IN GIOCO: AUTONOMIA DONNA (anche del padre? Del medico?) DIRITTO FETO (già feto oppure futuro feto?) DEMOCRAZIA LIMITAZIONE CLANDESTINITA' |